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Una nuova guerra fredda?

16.05.2006   

Si sta preparando una nuova Guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Russia? In gioco questa volta è il controllo delle rotte energetiche del Caucaso e dell'Asia Centrale
Di Justin Burke da Eurasianet, 8 maggio 2006

Traduzione di Gaia Baracetti per Osservatorio sui Balcani (titolo originale: “The United States is Ill-Prepared to Wage a New Cold War”)


Circa cinque anni fa il presidente degli Stati Uniti George W. Bush disse di aver guardato dentro “l'anima” del suo collega russo, Vladimir Putin, e annunciò che il loro incontro era “l'inizio di un rapporto molto costruttivo.” Ora, tra scaltre manovre geopolitiche nel Caucaso e nell'Asia centrale, sembra che gli Stati Uniti e la Russia si stiano lanciando in una Seconda Guerra fredda. Ma a differenza del conflitto epico della seconda metà del XX secolo, in un nuovo testa a testa tra le due potenze Washington non è nella posizione di vincere.

Si è parlato di una nuova Guerra Fredda dopo il violento attacco alla Russia nel discorso del vicepresidente americano Dick Cheney a Vilnius, in Lituania, il 4 maggio scorso. Cheney ha criticato il Cremlino per la drastica soppressione dei diritti politici, e per aver usato la propria infrastruttura energetica come “strumento di intimidazione e ricatto.”

Il grosso del discorso di Cheney era dedicato alla missione di democratizzazione globale dell'amministrazione Bush. Il vicepresidente ha usato termini che, ironicamente, ricordavano la fede marxista nel determinismo. “Abbiamo ogni ragione per credere nel futuro della democrazia perchè i fatti sono dalla nostra parte, e perchè noi sosteniamo valori che sono nobili e durevoli”, ha detto Cheney. Ha assunto poi un tono messianico nel suo discorso aggiungendo: “Siamo stati creati nell'immagine di Dio, e nei nostri cuori Egli ha piantato il desiderio di libertà.”

Riferendosi specificamente all'ex Unione Sovietica, Cheney ha affermato che gli Stati Uniti vogliono “liberare questa regione da tutte le rimanenti cause di divisione, dalle violazioni dei diritti umani, dai conflitti congelati”, incluse le guerre caucasiche nel Nagorno-Karabakh, Abkhazia e Sud Ossezia, giunte a una fase di stallo.

Il vice presidente ha cercato di moderare le dure parole sul comportamento del Cremlino, aggiungendo: “nessuno di noi crede che la Russia sia destinata ad essere una nemica.” Ma a Mosca, ufficiali e analisti dei media non l'hanno bevuta. Il Cremlino ha definito il discorso di Cheney “totalmente incomprensibile”, mentre i media russi hanno annunciato furiosi che Washington stava cercando di alimentare una nuova Guerra fredda. Il Kommersant ha pubblicato un commento che paragonava i commenti di Cheney al famoso discorso di Winston Churchill del 1946 sulla “Cortina di Ferro”. “La Guerra fredda è ricominciata, solo ora le linee del fronte si sono spostate”, ha scritto il Kommersant.

In gran parte, le parole di Cheney erano semplicemente un'ammissione pubblica di una tendenza che è sotto gli occhi di tutti da almeno due anni e mezzo. Il netto regresso delle relazioni diplomatiche tra i due paesi può essere ricondotto al momento in cui le forze americane hanno cominciato a faticare a tenere a bada l'insurrezione in Iraq. Per chi segue seriamente gli sviluppi nel Caucaso e nell'Asia centrale era chiaro da parecchio tempo che gli Stati Uniti e la Russia erano antagonisti, non alleati. Entrambe le parti hanno continuato a fingere sempre meno credibilmente di essere partner quando, in realtà, si contendevano l'influenza politica ed economica nelle due regioni.

I commenti di Cheney sulla Russia sono sostanzialmente esatti: l'amministrazione Putin ha davvero ristretto le libertà individuali, e il Cremlino ha sicuramente usato compagnie energetiche di proprietà dello stato per aumentare il proprio peso geopolitico, specialmente nell'Asia centrale.

Ma mettendosi a litigare con la Russia, l'amministrazione Bush sta dando pericolosamente per scontati i punti di debolezza e di forza degli Stati Uniti, ignorando il vecchio detto di Wall Street: “Successi passati non assicurano risultati futuri”. È già evidente che una Guerra fredda nuovo stile -se si verifica, come ora appare probabile- sarà di natura più economica che politica o ideologica. E invece dell'Europa centrale e occidentale, gli epicentri del nuovo conflitto saranno il Caucaso e l'Asia centrale. Considerando questi fattori, gli Stati Uniti si trovano seriamente svantaggiati nella loro mossa verso il prossimo livello di competizione geostrategica con la Russia.

Tanto per cominciare, la Russia gode di un forte vantaggio geografico, dato che il suo territorio confina con il Caucaso e l'Asia centrale. Soprattutto, però, mentre gli Stati Uniti sono impantanati in Iraq, le compagnie energetiche russe avanzano nel profondo del Caucaso e dell'Asia centrale. Mosca gode anche di una notevole influenza sulle infrastrutture energetiche della Georgia, l'alleato principale degli Stati Uniti nella regione. Negli ultimi mesi, Mosca ha stretto fortemente la sua morsa sulle tratte attraverso le quali viene esportata l'energia, il fattore chiave per la vittoria nella competizione geopolitica.

Gli Stati Uniti non hanno molti meccanismi a disposizione per spezzare la morsa russa. Ogni possibilità di successo per gli Usa sembra essere legata al destino di due oleodotti attraverso l'Azerbaijan e dalla Georgia alla Turchia: l'oledotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC), aperto nel 2005, e il collegamento per il gas naturale Baku-Tblisi-Erzurum la cui apertura è prevista per quest'anno. Sembra che, perchè entrambi gli oleodotti servano il loro scopo strategico, il Kazakistan debba decidere di trasportare una grossa percentuale delle sue abbondanti risorse naturali attraverso queste due vie.

Dopo il suo discorso a Vilnius, Cheney è andato in Kazakistan per convincere il presidente Nursultan Nazarbayev ad impegnarsi a utilizzare gli oleodotti appoggiati dagli Stati Uniti. Mentre Cheney si trovava ad Astana, il primo ministro kazakho Daniyal Akhmetov era in visita diplomatica in Azerbaijan, dove ha annunciato che il governo kazakho è interessato a esportare petrolio attraverso la BTC, e a esplorare la praticabilità di esportare anche gas naturale nei mercati occidentali attraverso la Baku-Erzurum. In apparenza, queste dichiarazioni sembrano incoraggianti. Ma sotto sotto non valgono molto. Funzionari kazakhi, incluso lo stesso Nazarbayev, hanno rilasciato dichiarazioni simili in passato. Akhmetov si sarà anche spinto più in là di altri dicendo che il paese potrebbe firmare un accordo per l'esportazione attraverso il BTC già il prossimo mese. Nonostante questo, non c'è nessuna garanzia che un accordo sarà firmato entro giugno.

Che questo accada o meno, la questione cruciale è quanta energia il Kazakistan sia disposto ad esportare attraverso l'Azerbaijan. E su questo Astana non si pronuncia. Ad aprile, il Kazakistan si è impegnato ad aumentare sostanzialmente le sue esportazioni di petrolio attraverso la Russia. Potrebbe anche succedere che il Kazakistan decida di mandare solo una quantità simbolica di petrolio e gas attraverso l'Azerbaijan -quello che basta per rimanere nelle grazie dell'amministrazione Bush- senza spostare le fortune della gara energetica tra Russia e Stati Uniti in favore di questi ultimi.

Un'altra risposta statunitense alla crescente influenza russa in Asia centrale è di provare a riorientare la regione verso l'Asia meridionale. Questa intenzione si è riflessa nella recente riorganizzazione del Dipartimento di Stato statunitense, in cui è stato creato l'Ufficio per gli affari dell'Asia centrale e meridionale. Prima, le politiche riguardanti l'Asia centrale erano di competenza dell'Ufficio per l'Europa e l'Eurasia del Dipartimento di Stato. A quanto pare, legato a questa riorganizzazione c'è il piano, avanzato da funzionari statunitensi verso la fine di aprile, di sviluppare una nuova rete energetica che colleghi l'Asia centrale e meridionale. Il piano fa affidamento sull'utilizzo dell' elettricità generata in Kirghizistan e Tagikistan come motore per lo sviluppo di legami inter-regionali più forti. Questo progetto, però, ha buone probabilità di finire in corto-circuito perchè sembra non considerare il fatto che le compagnie russe controllano una fetta considerevole dell'infrastruttura di produzione elettrica tagica.

Inoltre, gli Stati Uniti si ritrovano vulnerabili in un campo che una volta era la loro forza: l'ideologia. Durante la prima Guerra Fredda, l'attrattiva della democrazia dava agli Stati Uniti un vantaggio morale. Negli ultimi anni, la credibilità americana per quanto riguarda la democratizzazione e i diritti umani è stata gravemente danneggiata da una serie di scandali, in particolare quello delle torture nella prigione irachena di Abu Ghraib. Leader autoritari nel Caucaso e nell'Asia centrale, anche quelli in buoni rapporti con gli Stati Uniti, sono ora meno propensi che mai ad ascoltare la retorica statunitense sul bisogno di rispettare i diritti umani. Per esempio, il presidente azero Ilham Aliyev, durante la sua recente visita a Washington, ha liquidato le critiche mosse contro il suo operato nei campi dei diritti umani invocando Abu Ghraib. “Sono cose che succedono dappertutto. Forse Abu Ghraib significa che il governo americano non è democratico?”, ha detto Aliyev durante un incontro con dei rappresentanti di organizzazioni non governative.

Molti politici nel Caucaso e nell'Asia centrale guardano alle dichiarazioni americane sulla democratizzazione con cinismo, convinti che l'amministrazione abbia due pesi e due misure. Durante il suo recente viaggio, Cheney ha contribuito ad alimentare questo cinismo: subito dopo il suo discorso a Vilnius, si è recato in Kazakistan, dove la democratizzazione è passata in secondo piano rispetto alle questioni energetiche. L'amministrazione Nazarbayev è stata bersaglio di pesanti critiche internazionali per aver manipolato le elezioni e limitato le libertà politiche, ma Cheney ha chiuso un occhio sulle mancanze kazakhe. Durante una breve conferenza il 6 maggio, secondo una trascrizione della Casa Bianca, Cheney ha manifestato “ammirazione per tutti i progressi fatti qui in Kazakistan negli ultimi 15 anni, sia nell'ambito economico che in quello politico.” Prima di questa dichiarazione, Cheney aveva tenuto un incontro ad alto profilo con vari rappresentanti dell'opposizione kazakha. Ma non ha detto niente quando le autorità kazakhe hanno impedito a uno degli oppositori più ad alto profilo, Galymzhan Zhakiyanov, di essere presente all'incontro.

Sin dal marzo 2005, quando il Kirghizistan ha attraversato la sua Rivoluzione dei Tulipani, la democratizzazione è stata associata da molti in Asia centrale al sollevamento popolare. In realtà, il Kirghizistan ha visto aumentare drasticamente la criminalità e la corruzione dopo la cacciata dell'ex presidente Askar Akayev. La Russia è riuscita a trarre vantaggio dalla crisi presentandosi come un garante di stabilità politica, anche se tale stabilità ha un alto costo in termini di libertà politiche e civili.

Durante la conferenza del 6 maggio, Nazarbayev sembrava voler dire agli Usa, in linguaggio diplomatico, che il Kazakistan ha intenzione di seguire un cammino politico autonomo, indipendentemente da quello che pensano gli Stati Uniti. “Dobbiamo abituarci all'idea che ogni stato indipendente, mentre cerca di risolvere i propri problemi, fa una certa politica, e tutti dovrebbero imparare a rispettare questa politica”, sono state le parole del presidente citate dalla televisione di Khabar.

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Data-Ora: 8 Aug 2008, 8:43 pm
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