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sabato 10 gennaio 2009 01:30

 

Serbia: un passo avanti e due indietro

17.01.2005    scrive Luka Zanoni

Concluso il vecchio anno, all'apertura del nuovo la Serbia si trova ancora in grosse difficoltà. Pochi i passi avanti fatti dal Paese nel 2004, anzi molti di più sembrano proprio i passi indietro e i segnali di stagnazione. Recenti sondaggi testimoniano il pessimismo diffuso tra la popolazione, mentre dal versante internazionale piovono sanzioni e rapporti negativi, tasto dolente la collaborazione con il TPI dell'Aia
Durante uno sciopero (foto Beta)
Il 2004 è stato per la Serbia un anno travagliato. L'anno dell'elezione di Boris Tadić alla presidenza della Repubblica, l'anno della coabitazione tra Tadić e il premier Koštunica, l'anno della rivolta in Kosovo e l'anno del boicottaggio dei Serbi alle elezioni in Kosovo, l'anno della vendita dell'azienda delle acque minerali Knjaz Miloš, l'anno del ritorno degli omicidi irrisolti (tra tutti i due militari della caserma di Topčider) e l'anno in cui per legge i cetnici vengono equiparati ai partigiani. Ma soprattutto e sempre l'anno della non collaborazione con il Tribunale internazionale dell'Aia.

Una mancata collaborazione che compare a chiare lettere sul sesto rapporto annuale del Consiglio d'Europa. Una non collaborazione che occupa quotidianamente le pagine dei media locali e internazionali. L'Aia rappresenta il maggior ostacolo della Serbia sul suo cammino verso l'UE. Anche il ministro degli esteri Vuk Drašković, a fine anno, è stato costretto ad ammettere che con il masso dell'Aia attorno al collo sarà difficile entrare in UE.

Se dal punto di vista della Unione di Serbia e Montenegro, un aspetto positivo dell'anno passato è stato visto nel cosiddetto "doppio binario" che le due repubbliche potranno seguire (solo per alcuni aspetti economici), non va dimenticato che le procedure politiche unitarie sono rimaste completamente bloccate.

E benché tutto ciò riguardi l'anno trascorso, è difficile pensare che la maggior parte delle questioni irrisolte nell'anno che ci siamo lasciati alle spalle non gravino su quello che è appena iniziato.

Col nuovo anno, infatti, non è solo l'organizzazione Human Rights Watch (HRW) ad accendere il semaforo rosso sulla Serbia, ma anche lo State Department degli USA.

HRW nel suo rapporto annuale sottolinea l'assenza di collaborazione con l'Aia e accusa il governo di nazionalismo. Mentre gli USA, per la dimostrata non collaborazione con il TPI dell'Aia, congelano gli aiuti alla Serbia per il 2005, per una cifra di 10 milioni di dollari, che vanno ad aggiungersi ai precedenti 29 milioni relativi al 2004 e al 2005 sulla base di una precedente decisione del Congresso americano.

Nel frattempo la crisi economica si fa sempre più pesante, i Serbi sono demoralizzati e insoddisfatti. Le ristrettezze sono sempre maggiori. Al posto del promesso pane a 3 dinari al chilo, pura propaganda politica dei Radicali, si trovano con un carovita a cui difficilmente riescono a far fronte. Mentre i primi a scioperare nel nuovo anno sono stati gli istituti di veterinaria e i piloti della compagnia di bandiera JAT.

E se questo non bastasse, nel giorno del Natale ortodosso (7 gennaio) a Preševo un giovane albanese, Dashnim Hajralahu, viene ucciso dal fucile di un soldato di frontiera. Il sedicenne Hajrulahu stava attraversando illegalmente la frontiera tra il Sud della Serbia e la Macedonia, quando la sua impresa è stata stroncata con la morte.

Il carosello di dichiarazioni degli esponenti politici, tanto Serbi quanto Albanesi, è rimbalzato sulle pagine dei quotidiani. Se da un lato si cerca di minimizzare l'accaduto, dall'altro si colpevolizza l'esercito di aver agito intenzionalmente.

Secondo alcuni analisti la situazione al Sud della Serbia è tornata indietro di quattro anni, ossia al tempo in cui si verificò il conflitto armato tra le forze serbe e l'UCPMB (l'UCK di Preševo, Medveđa e Bujanovac, zone a maggioranza albanese), poi risolto in qualche modo nell'arco di alcuni mesi.

Un avviso di allerta è stato lanciato, a fine anno, pure dall'influente think tank internazionale, l'International Crisis Group, secondo il quale in Kosovo già dal mese di gennaio non si escluderebbero possibili recrudescenze delle tensioni.

Se dunque sotto il profilo della sicurezza e della stabilità regionale non si può certo abbassare la guardia, è pur vero che c'è tutta una serie di problematiche che rimangono in secondo piano sui media, ma che non possono essere trascurate.

Tra queste la forte disoccupazione, quale uno dei maggiori problemi sociali ed economici, nonché politici. L'umore dei cittadini tende ormai sempre più al pessimismo, come dimostrato in un recente sondaggio della Medium Gallup, in cui si annoverano i Serbi tra le popolazioni più pessimiste del mondo. Ma sono più di una le indagini e le statistiche che mostrano l'avanzata di dati negativi.

Nell'anno appena concluso il Centro per lo studio dell'alternativa ha condotto una ricerca che non si faceva da quindici anni, riguardante le aspettative dei giovani. Su un campione analizzato di giovani compresi tra i 16 e i 35 anni, il dato che emerge è la tendenza ad abbandonare il Paese.

Su 3200 persone interrogate, il 18 percento afferma che se ne andrebbe a qualsiasi costo, mentre addirittura il 43 percento lo farebbe alla prima occasione. In sostanza, oltre il 50 percento dei giovani desidera il prima possibile uscire dal proprio Paese. Si consideri inoltre che, secondo il quotidiano belgradese "Danas", potrebbero essere almeno 200 mila i cittadini che hanno abbandonato la Serbia negli ultimi anni, dei quali un quarto in possesso di un'istruzione superiore.

Di tono negativo è pure l'indagine condotta dallo Strategic Marketing di Belgrado. L'esito di questa indagine è stato descritto dallo stesso direttore, il prof. Srđan Bogosaljević, sulle pagine del numero di fine anno del settimanale NIN.

Oltre al quadro politico piuttosto deludente che emerge dal sondaggio, in cui i Radicali sembrano guadagnare terreno sulle altre forze politiche, emerge chiaramente la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni e il basso livello di attese per l'anno in corso. La maggior parte della gente non è in grado di fare valutazioni sulla possibilità che nell'immediato futuro ci possano essere delle chance per poter aumentare il proprio standard di vita.

Secondo il professor Bogosaljević l'indecisione e l'indeterminazione dei cittadini è imputabile in buona parte alle informazioni contraddittorie che vengono notificate dai media e che provengono dagli stessi politici. E ben poco sembrano migliorare l'umore dei cittadini le promesse dei politici su un ipotetico ingresso del Paese nell'UE per il 2012.

Quanto detto sin qui mostra che la Serbia è ancora lontana da una concreta stabilità politica ed economica e che per il momento, grazie soprattutto alla classe politica che la governa, sembra intenzionata a fare un passo avanti e due indietro.

Vedi anche:
Serbi del Kossovo: timori d'inizio anno

Belgrado e L'Aia, rapporti difficili

La Serbia e Montenegro sul doppio binario

Serbia: finalmente il presidente

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Data-Ora: 10 Jan 2009, 1:30 am
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