BalcaniCooperazione

venerdì 16 maggio 2008 13:03

Osservatorio Caucaso


 
Copertine
21.04.2008   Un maturo scrittore sloveno, reduce dai campi di concentramento nazisti, e una giovane psicoterapeuta che vive a Parigi, la cui infanzia è stata funestata da una nascosta, ma non meno devastante, violenza familiare. Tra i due nasce improvvisa e quasi per caso una relazione intima, nutrita di un fitto scambio epistolare e di sporadici quanto intensi incontri, una relazione legata a un mistero che via via si dirada andando a descrivere un tragico percorso comune. E solo nella silenziosa profondità dell'amore i loro corpi, segnati da un destino di violazioni e abusi, sapranno ritrovare equilibrio e fiducia, perché la risposta alla violenza subita, prima di essere un atto di intelligenza, è un atto d'amore. Il libro illumina, con la dolente lucidità di cui Pahor è maestro, il paradosso della ragione umana, prima sorgente di violenza e distruzione, e dà voce a pagine profondamente intrise di memoria, individuale e collettiva, pagine che scavano con rigore nelle libertà negate o soffocate da cui continuano a riverberare domande irrisolte, esistenze inquiete, conflitti dell'animo mai pacificati.

Boris Pahor (Trieste 1913) è riconosciuto da tutti come il più grande autore vivente di lingua slovena. Vera e propria coscienza critica del Novecento, voce accorata di una minoranza linguistica spesso perseguitata e ridotta al silenzio, intellettuale "scomodo" per antonomasia, è uno degli scrittori più interessanti della letteratura mitteleuropea contemporanea e al tempo stesso più negletti nel panorama editoriale italiano. Tra i suoi libri tradotti in italiano ricordiamo "Necropoli" (Monfalcone, 1997) e "La Villa sul lago" (Rovereto, 2002).

web: Zandonai Editore
Immagine: Il petalo giallo, di Boris Pahor, Zandonai Editore, 2007

21.04.2008   In questo libro Antonio Caiazza racconta la vita quotidiana degli albanesi, incontra gli uomini politici, intervista scrittori e intellettuali, vive le strade e le città giorno per giorno, descrive in presa diretta gli eventi che hanno mutato gli scenari politici e sociali del Paese negli ultimi 15 anni. Antonio Caiazza è un giornalista d’altri tempi, per lui raccontare vuol dire conoscere, toccare con mano, vivere di persona le cose e i luoghi dei suoi reportage. Caiazza ha vissuto in Albania a più riprese, riuscendo in questo modo ad accedere a personaggi e informazioni non facilmente raggiungibili dai giornalisti occidentali. Spicca l’intervista e il racconto dell’incontro con l’ex premier albanese, l’ultimo uomo di potere prima della caduta del regime comunista, che analizza gli errori e la disfatta del regime. Colpisce inoltre il dialogo serrato e appassionato con lo scrittore Dritero Agolli, in cui emerge una seria riflessione sul rapporto tra Italia e Albania e sul ruolo che questa nazione potrà giocare nel futuro europeo. In alto mare è la metafora di una terra che ha visto il suo popolo scappare verso il nuovo mondo, ma anche la situazione attuale di una nazione che sta provando a ritrovare sé stessa per tornare a essere artefice della propria storia.

Antonio Caiazza è nato nel 1964. Si è laureato in Giurisprudenza e dal 1997 è giornalista professionista. Ha collaborato con "Il Mattino" di Napoli, "TriesteOggi", "L’Adige", ed è stato corrispondente per l’Italia di TeleCapodistria ed è attualmente redattore presso la Rai del Friuli-Venezia Giulia.

web: Instarlibri
Immagine: In alto mare. Viaggio nell'Albania dal comunismo al futuro, di Antonio Caiazza, Instar Libri, 2008

18.04.2008   Nel mare dell'offerta italiana, Slovenica costituisce una delle rarissime gocce d'argomento italoslovenistico. Ideata a cerchi tematici concentrici, la raccolta muove da un porto e un cuore: Trieste, città dalla slataperiana "doppia anima", dove l'universo italiano e latino incontra quello sloveno e slavo. Scandagliando il complesso rapporto tra questi due mondi, da sempre in bilico tra amore e disamore, conoscenza e insipienza, collaborazione e chiusura, il volume porta il lettore a veleggiare dalla Trieste di Vladimir Bartol e dal microcosmo letterario sloveno del Friuli Venezia Giulia fino all'Italia e al suo dialogo traduttivo con la Slovenia, per bordeggiare quindi verso la dimensione concettuale della Mitteleuropa, le fortune slovene di Francesco Petrarca e spingersi infine nello sterminato rizoma del postmoderno, che permea la Slavia letteraria dell'Europa orientale. In questo viaggio, Slovenica persegue un obiettivo: favorire l'osmosi tra le culture italiana e slovena, avvicinare i due popoli, disvelare a entrambi i tesori spirituali del vicino, per far emergere, con ancora più forza, i valori della pace e della convivenza nelle terre di frontiera del Nordest.

Miran Kosuta, (Trieste 1960), scrittore, saggista, traduttore, docente unviersitario e musicista sloveno, è professore associato di Lingua e Letteratura slovena presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Trieste. Fa parte dell'Associazione degli Scrittori sloveni e della sezione slovena del PEN Club internazionale. Autore di numerosi studi e interventi di argomento storico-letterario e culturale, ha pubblicato in lingua slovena e italiana i volumi Rapsodija v treh stavkih (Trieste 1989), Krpanova sol (Ljubljana 1996), Scritture parallele (Trieste 1997), Franciska (Klagenfurt 2002, traduzione in lingua slovena del romanzo Franziska di Fulvio Tomizza) e Stiri zgodbe za eno zivljenje (Sezana 2004, raccolta di testi teatrali; coautori: Aleksander Persolja, Ales Berger, Marko Sosic).

Introduzione di Claudio Magris

web: Edizioni Diabasis
Immagine: Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni, di Miran Kosuta, Edizioni Diabasis, 2005

10.04.2008   La Repubblica di Slovenia viene fondata nel 1991, ma “quanto indietro nel tempo si può far risalire la storia della Slovenia?”. A partire da questa domanda lo storico Joachim Hösler passa in rassegna gli eventi e i fattori che hanno caratterizzato la formazione dell’odierna identità slovena.
Il proposito è non soltanto quello di ricostruire un percorso noto solo in parte, ma anche quello di scandagliare l’anima slovena e approfondire così la conoscenza di quella che oggi è a tutti gli effetti una parte integrante dell’Europa contemporanea. Ma come avvenne la colonizzazione slava? Come si formò il popolo sloveno e come nacque la lingua slovena?

La storia nazionale della Slovenia inizia nell’Ottocento, ma ha radici più antiche, rintracciabili già nell’opera di Primoz Trubar che traducendo in sloveno parte del Nuovo Testamento (1555) portò la Riforma protestante fino alle sponde dell’Adriatico.

Una complessa evoluzione del sistema feudale, le numerose rivolte contadine, i tormentati rapporti con gli stati confinanti e la lunga dominazione asburgica hanno preceduto due secoli di rivendicazioni politiche approdate finalmente, dopo l’esperienza del comunismo all’interno della Federazione Jugoslava, alla proclamazione dell'autonomia e dell'indipendenza, all'adesione all'Unione Europea, all'entrata nell’area dell'euro. Una storia che brucia le tappe, guarda al futuro dell'Europa e forse lo precorre.

Joachim Hösler (1961), formatosi a Marburgo, è docente di Storia dell'Europa Orientale alla stessa università. È autore di uno studio sulla formazione della coscienza nazionale slovena (Von Krain zu Slowenien, 2004) e di numerosi saggi sull'argomento.

Postfazione di Joze Pirjevec

web: Beit casa editrice
Immagine: Slovenia. Storia di una giovane identità europea, di Joachim Hösler, Beit casa editrice, 2008

10.04.2008   Una raccolta di racconti con un’ambizione enciclopedica: tenere insieme un intero secolo, il Novecento, fra le pagine di un libro, in un centinaio di brani, ambientati ognuno in un anno del ventesimo secolo, in varie città, da Belgrado a Londra, da Roma a Parigi, Mosca, Vienna, L’Avana, Bombay, Berlino, Saigon, Buenos Aires... Sono racconti, evocazioni, frammenti, saggi: difficile definirli in una sola parola. Allineati dall’autore secondo una cronologia personalissima, ci parlano di un secolo che è già alle nostre spalle, ma che ancora resta in noi e col quale, necessariamente, continuiamo a vivere, sia che lo neghiamo, sia che ci inchiniamo ad esso. L’autore non si pone l’obiettivo di restituire tutte le tensioni del ventesimo secolo, ma le conosce, non domina tutto lo scacchiere mondiale, ma lo controlla, attraverso vicende che si intrecciano con la Storia.

Aleksandar Gatalica è nato nel 1964 e vive a Belgrado, dove si è laureato in Letteratura generale (ex Dipartimento di Letteratura mondiale) nel 1989. Ha pubblicato i romanzi "Linee di vita" (1993), "Risvolti (1995) e "Il morto di Euripide" (2002), e i libri di racconti "Mimetismo e Belgrado per stranieri", 2004. Suoi sono anche i saggi musicali "Parlate classico?", 1994 e "Nero e bianco, brevi biografie di dieci celebri pianisti del XX secolo", 1999. Ha tradotto dal greco classico le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, e una selezione delle poesie di Saffo, Alceo, Anacreonte, Archiloco e Ipponatte. Lavora nella redazione della casa editrice Evropa, per cui ha curato la pubblicazione di una decina di libri. Critico musicale da più di un decennio per il Programma 202 di Radio Belgrado, Gatalica collabora anche con “Vreme” (“Il tempo”) e Danas (“Oggi”).

Introduzione di Predrag Matvejevic. Traduzione di Silvio Ferrari e Aleksandra Dzankic.

web: Edizioni Diabasis
Immagine: Secolo. Cento e una storia di un secolo, di Alexandar Gatalica, Edizioni Diabasis, 2008

20.02.2008   A Dayton il 21 novembre 1995 si chiuse la drammatica guerra avviatasi in Bosnia Erzegovina nel 1992. Di essa si parla in questo libro, ma si dice pure delle guerre combattute nella altre Repubbliche già facenti parte della Jugoslavia titina, dal breve conflitto in Slovenia, a quello puiù pesante in Croazia, all'intervento militare internazionale in Kosovo. Né si tace di altre realtà come quella macedone né della situazione venutasi a creare nell'area balcanica occidentale nel decennio seguente agli accordi di Dayton. Alla elaborazione politica si lega la riflessione storica; alle pagine dedicate al contesto internazionale seguono altre che trattano della ricostruzione e dell'auspicata integrazione con l'Unione Europea. Vivaci sono le testimonianze dei giornalisti, cui fa pendant l'indagine sulle società balcaniche di oggi. L'intento "civile" è di ricordare, ma anche - oltre il ricordo e l'analisi storica - di accostarsi ai problemi correnti e alle prospettive che si intravedono per il futuro.

Francesco Guida è professore ordinario di Storia dell’Europa centroorientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, nonché docente di Storia della formazione degli Stati nazionali nel xix secolo. Ha svolto e pubblicato numerose ricerche riguardanti la storia di Bulgaria, Grecia, Romania, Polonia, Russia, Ungheria e delle loro relazioni con l’Italia. Fra i suoi libri: L’Italia e il Risorgimento balcanico (Edizioni dell’Ateneo 1984); Michelangelo Pinto, un letterato e patriota romano tra Italia e Russia (Archivio Guido Izzi 1998); La Russia e l’Europa centro-orientale 1815-1914 (Carocci 2003, 2006); Storia d’Europa nel xx secolo. Romania (Unicopli 2005).

web: Carocci Editore
Immagine: Dayton dieci anni dopo: guerra e pace nella ex Jugoslavia, a cura di Francesco Guida, Carocci Pressonline, 2007

15.02.2008   "Chiamami ancora amore" è un'opera morale ed è stata scritta ripercorrendo il genocidio etnico di 100.000 persone che è avvenuto tra Sarajevo e Srebrenica nella Ex-Jugoslavia.

Luca Nannipieri in questo lavoro riflette sulla disintegrazione delle parole amore, famiglia, unione, legame, padre, madre, figlio; una disintegrazione che la società contemporanea rende così attuale e che la guerra rende così evidente. Un'opera che è sia reportage in un territorio di conflitto sia riflessione sull'individualismo che sta regnando nella nostra epoca.
Immagine: Chiamami ancora amore, di Luca Nannipieri, Mauro Pagliai Editore, 2008

01.02.2008   Il volume è particolarmente interessante non solo perché costituisce la prima monografia in lingua italiana dedicata in maniera specifica all’argomento delle cd. “corti ibride”, ma anche perché frutto di un’esperienza di ricerca svolta “sul campo”, ovverosia presso il Dipartimento di Giustizia della Missione di Amministrazione Interinale delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK).
La ricerca, che ha beneficiato della borsa di studio messa a concorso dalla Banca Carime e dedicata a Nicola Calipari, s’inserisce nel quadro di uno dei settori che più hanno catturato l’attenzione dei giuristi e degli scienziati politici in questi ultimi anni: il diritto internazionale penale.

Questo “infant criminal justice system of the international community”, le cui vicende hanno attraversato con alterne fortune tutto il ventesimo secolo, è qui esaminato attraverso il prisma di una delle evoluzioni più recenti, nonché meno indagate: i tribunali misti o, come propone la dizione utilizzata dall’Autore, di “quarta generazione”.

Tale generazione segue quella dei Tribunali militari internazionali di Norimberga e di Tokyo (la prima), quella dei Tribunali penali internazionali ad hoc per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda (la seconda), e quella della prima giurisdizione a carattere permanente ed aspirazione universale, la Corte penale internazionale (la terza).

Nessuna di queste generazioni è esente da critiche: i Tribunali militari internazionali del secondo dopoguerra, per le note diatribe legate al rispetto del principio di legalità e all'intrinseca parzialità della c.d. “giustizia dei vincitori”; i Tribunali ad hoc istituiti dal Consiglio di Sicurezza, in ragione del loro fondamento giuridico e della selettività del loro operato (a cui occorre aggiungere i costi che, secondo un rapporto a firma del Segretario Generale delle Nazioni Unite, ammontavano, nel 2004, a circa il 15% del budget complessivo dell’ONU); ed infine la Corte penale internazionale, a causa della lentezza delle attività sino ad oggi svolte nonché della mancata adesione e talvolta avversione (è noto l’ostruzionismo degli Stati Uniti d’America) degli Stati maggiormente influenti della comunità internazionale.

Anche al fine di ovviare a tali inconvenienti, nell’ambito delle Nazioni Unite sono state sperimentate nuove istituzioni giudiziarie, la cui natura, appunto, “mista” (in parte internazionale, in parte domestica) dovrebbe teoricamente consentire tanto il rispetto degli odierni standard processuali internazionali quanto i costi e la praticità delle giurisdizioni territorialmente competenti sui crimini perpetrati.

Questo insieme di nuovi tribunali, misti o internazionalmente assistiti, rivela un fenomeno di “ibridazione” della natura interna o internazionale delle giurisdizioni. Gli esempi sono costituiti dalla Special Court in Sierra Leone, dai Serious Crimes Panels in Timor Est, dalle Extraordinary Chambers in Cambogia, dalle War Crimes Chambers in Bosnia Erzegovina, dal costituendo Tribunale Speciale per il Libano, o ancora -ed è di quest’ultima che tratta dettagliatamente il lavoro che segue- dal programma “Giudici e Procuratori Internazionali” istituito nel quadro della missione UNMIK e che si distingue dagli altri per l’ampiezza della giurisdizione esercitata, oltre che per aver costituito il primo esperimento, in ordine di tempo, di questa nuova tipologia di tribunali., Di questo esperimento, grazie al lavoro di Gianluca Serra, siamo ora in grado di apprezzare a pieno le caratteristiche e la portata innovativa.

Presentazione a cura del prof. Giuseppe Cataldi, ordinario di diritto internazionale presso l'Università degli Studi di Napoli l'Orientale e responsabile del CNR - Istituto Studi Giuridici Internazionali (sez. di Napoli).

Si veda il sito dedicato al volume.
Immagine: Le corti penali 'ibride': verso una quarta generazione di tribunali internazionali penali?, di G. Serra, Editoriale Scientifica CNR, 2007

14.01.2008   Il paese dei pesci prigionieri è Balikesir, una cittadina turca nella zona del Marmara, dove l'autore, Nedim Gürsel, ha trascorso la propria infanzia. Questo è il luogo intorno al quale ruotano tutti i suoi ricordi di bambino, istantanee sfocate dal tempo che hanno l'odore della calura estiva, della dolcezza dell'autunno, del vento secco che soffia sui campi di girasole lungo i bordi delle strade.

Immagini sgranate di caffé all'aperto, di persone care, di case ormai abbandonate, del tepore di una stufa a legna intorno alla quale raccogliersi durante i lunghi inverni. Frammenti di una vita segnata dal dolore per la perdita del padre, professore di francese e traduttore di Henry Troyat, che ha scavato nel suo animo di bambino un abisso profondo; una sofferenza resa ancora piú acuta, alcuni anni dopo, dall'allontanamento forzato dalla propria famiglia e dalla propria terra, a causa dell'esilio e dei colpi di stato.

Il viaggio a Balikesir che Nedim Gürsel compie quarant'anni dopo è forse un modo per combattere quel senso di vuoto e di angoscia che non dá tregua. Scrivere questi ricordi è il suo tentativo di dare un seguito alla vita e alle opere del padre, lasciando che sia la scrittura a calmare le pene, a riempire le crepe del tempo, a smussare le distanze e l'ossessione della morte stessa.

Nedim Gursel è nato nel 1951 nel sud della Turchia. Ha trascorso l'infanzia a Balikesir. Dopo essersi diplomato al liceo Galatasaray di Istanbul, ha studiao letteratura a Parigi, dove si è laureato con una tesi in letteratura comparata. Direttore di ricerca al CNR e professore alla Scuola di lingue orientali, vive a Parigi quando non è a Istanbul o in viaggio per l'Europa. E' autore di una ventina di romanzi, novelle, racconti di viaggio, per la maggior parte tradotti in francese e i molte altre lingue. Insignito nel 1976 del premio dell'Accademia della Lingua turca per "Una lunga estate a Istanbul", nel 1986 del premio Ipekci a favore del dialogo tra il popolo greco e quello turco per la "Prima donna", nel 1990 per la migliore novella trasmessa da Radio France Internationale e nel 1992 del premio della traghetta d'oro di Struga (Macedonia) pe ri suoi saggi, ha confermato il suo posto tra i più importanti scrittori turchi a livello internazionale con "Il Romanzo del conquistatore" (1997). Gli ultimi titoli pubblicati in Francia da édition du Soleil sono: "Il turbante di Venezia" (2001) e "Il Balcone sul Mediterraneo" (2003). "Nel paese dei pesci prigionieri" inaugura una trilogia di racconti autobiografici.

web: Libribianchi Edizioni
Immagine: Nel paese dei pesci prigionieri, di Nedim Gursel, Libribianchi Edizioni, 2007

10.01.2008   Sarajevo, 1992. Selma Coen è una donna ebrea colta e raffinata, sposata con un medico musulmano. La città bosniaca è sotto assedio, ma l'eco dei combattimenti non arriva a turbare la serenità borghese della sua vita, fino a quando tre soldati serbi si installano brutalmente a casa Coen per interrogare il marito. Vi rimarranno per tutta la durata dell'assedio.

Il racconto lungo di Sarah Zuhra Lukanic si sviluppa all'interno della sua abitazione, delineando con delicatezza e maestria i personaggi, coinvolti loro malgrado in sofferti rapporti di odio-amore. L'autyrice svela una dimensione particolare e inusuale della guerra che, nel contesto generale della tragedia di Sarajevo, colpisce personalmente la protagonista. La storia è tratta da un fatto realmente accaduto.

Sarah Zuhra Lukanic è nata in Croazia nel 1960. Dopo gli studi classici si è laureata in Letteratura all'Università di Fiume. Nel 1974 ha ricevuto il "Premio Internazionale per i Giovani Poeti Europei". Ha lavorato per il Teatro Nazionale di Spalato e per alcuni quotidiani di Spalato e di Fiume come critico teatrale. Nel 1987 si è trasferita a Roma dove tutt'ora risiede. Dal 2004 ha scelto di scrivere in lingua italiana e ha ottenuto diversi riconoscimenti in alcuni importanti concorsi letterari: nel 2005 "Trieste Scritture di Frontiera - Premio Umberto Saba", nel 2006 il Premio "Io e Roma", indetto dal Comune di Roma. Nello stesso anno vince il Premio Viareggio Letterario-Giornalistico "Mare Nostrum", con la raccolta di racconti "Rione Kurdistan", e il primo premio per la poesia nel Concorso Internazionale "Amico Rom". "Le lezioni di Selma" è il suo primo romanzo.

web: Libribianchi Edizioni
Immagine: Le lezioni di Selma, di Sarah Zuhra Lukanic, Libribianchi Edizioni, 2007

08.01.2008   L'arco cronologico della storia della Jugoslavia è compreso fra la modifica degli assetti geopolitici dell'Europa di fine Ottocento e di fine Novecento. In ambedue i momenti, l'area jugoslava ha avuto un ruolo importante nel determinare la crisi di entrambi gli assetti e nel divenire l'epicentro di un processo strutturale dell'Europa.
Immagine: Jugoslavia, di Francesco Privitera, Unicopli 2007

05.11.2007   Nel 1947 un grande storico di origine istriana, Ernesto Sestan, tracciando i «lineamenti di una storia etnica e culturale» della Venezia Giulia scriveva: nel Novecento si sono scontrati qui «nazionalismi feroci ed esasperati in una lotta senza quartiere in cui gli uni finivano col pareggiare, anche moralmente, gli altri». Sestan concludeva: «I termini del conflitto trascendevano, nei loro motivi più profondi, il modesto ambito della vita regionale e si ispiravano alle correnti di idee e di passioni che fanno così feroce l’Europa contemporanea».

Questo piccolo libro si propone di accostarsi a quel dramma, a lungo rimosso, con le voci della letteratura, della storia e della memoria: per cogliere il dolore, le speranze e le paure delle diverse vittime – italiane, slovene, croate – che hanno vissuto in quell’intricato crocevia; per inserire quella lacerazione nel più ampio e tragico scenario del Novecento europeo. Guido Crainz ci mostra così il valore di un orizzonte culturale che sappia porre a confronto studi ed emozioni, ragioni e passioni, memorie individuali e collettive di un’Europa non più divisa.

Guido Crainz insegna Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo. Fra i suoi volumi: Padania (Donzelli, 1994; 2007); Storia del miracolo italiano (Donzelli, 1996; 2005); L’Italia repubblicana (Giunti, 2000); Il paese mancato (Don­zelli, 2003); L'ombra della guerra. Il 1945, l'Italia (Donzelli, 2007).
Immagine: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, di Guido Crainz, Donzelli Editore, 2005

26.10.2007   A concorrere al titolo di “Slovena del 2000”, indetto dalla rivista “Petronius”, c’è anche Lea Kralj, una cantante lirica di successo. A candidarla è un giovane giornalista francese, omosessuale, che negli ultimi anni ha accompagnato la primadonna nelle sue tournée, fra teatri, anonime stanze d’albergo e luoghi d’infanzia. Le piccole tessere del mosaico che il narratore-accompagnatore pazientemente ricompone attraverso minimi dettagli e schegge d’esistenza quotidiana ci restituiscono la storia di Lea, figura ombrosa e inquietante, la cui vita sembra sempre sul punto di incrinarsi, e di amori consumati in fretta e volutamente ancillari, fino al sorgere di un insolito, incandescente ménage à trois. Un altro amore, lontano e sfuggente, si intravede sullo sfondo e resiste allo scorrere del tempo: quello per la sua terra d’origine, la Slovenia.

La scrittura di Brina Svit, sobria e al tempo stesso avvolgente, procede con ritmo sostenuto grazie a frasi brevi e dialoghi serrati, che tuttavia non escludono un linguaggio appassionato, a tratti lirico. Il romanzo si nutre di sguardi che, quasi fossero gettati da dietro le quinte, scrutano alcuni segreti frammenti della vita dei protagonisti.

È un testo che cattura anche in forza dei numerosi, e mai pedanti, riferimenti al mondo dell’Opera e della letteratura, e delle descrizioni ‑ quasi brevi note di viaggio ‑ di Madrid, Parigi, Milano e della stessa Slovenia, terra a noi così vicina, eppure tanto sconosciuta.

Brina Svit, nata in Slovenia negli anni cinquanta, da molto tempo vive e lavora a Parigi. Giornalista, critica letteraria, sceneggiatrice, autrice di cortometraggi, ha all’attivo cinque romanzi, alcuni dei quali tradotti in francese, tedesco e inglese. "Mort d’une prima donna slovène", pubblicato in Francia da Gallimard, è stato un grande successo di pubblico e di critica, e ha spinto la prestigiosa casa editrice francese a pubblicare lo scorso anno anche il suo ultimo romanzo, "Un cœur de trop", inserendolo nella celebre “Collection Blanche”.

Morte di una primadonna slovena è la sua prima opera tradotta in italiano.

www.zandonaieditore.it
Immagine: Morte di una prima donna slovena, Brina Svit, Zandonai editore

28.09.2007   Questo annuario è un’opera di consultazione essenziale, agile e precisa, preparata dai maggiori esperti del settore. Include 22 schede-paese, dalla Russia alla Turchia, comprese Grecia, Cipro e le repubbliche europee dell’ex Unione Sovietica, di cui fornisce un quadro politico, economico e delle relazioni internazionali. In apertura la Guida analizza, con una serie di saggi, le principali dinamiche socio-culturali in corso negli ultimi anni nell’Europa centro-orientale e balcanica. Alle radicali trasformazioni economiche e politiche degli anni ‘90 si sono, infatti, accompagnati profondi cambiamenti nelle società e nelle loro espressioni culturali, così come nell’organizzazione del lavoro e nei costumi.
Immagine: Guida ai paesi dell'Europa centrale orientale e balcanica. Annuario politico-economico 2006, a cura di Luisa Chiodi e Francesco Privitera, Il Mulino, 2007

28.09.2007   Conflict and Renewal: Europe Transformed brings together the views of policymakers, leading scholars, and practitioners in post-conflict management from Europe and the U.S. - many of them active in the historic process underway in South-Eastern Europe and beyond. Reviewed here are pertinent issues of the continent's fundamental transformation fifty years after the signing of the Treaty of Rome. The results of post-conflict recovery are critically assessed, with consideration given to transitional justice and reconciliation issues, complemented by a detailed examination of broad political and economic questions including human and minority rights in war-torn societies. With this volume, Europe is viewed as an emerging global player against the backdrop of challenges posed by the delayed transition in the Western Balkans. In appraising the future of Bosnia and the status conflict between Serbia and Kosovo, contours of a long overdue regional vision for the Balkans in the New Europe emerge. This book, comprising insightful essays and the views of a diverse group of contributors, uniquely features the work of a select number of contemporary artists whose interventions both contrast and complement the essays. The publication honours Wolfgang Petritsch, the eminent Austrian diplomat, international Balkans 'trouble shooter' and author, on the occasion of his 60th birthday, offering fresh reflections and thought-provoking opinions.
Immagine: Conflict and Renewal: Europe Transformed, a cura di Hannes Swoboda & Christophe Solioz, Baden-Baden: Nomos Verlagsgesellschaft, 2007

26.09.2007   «Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità».

La guerra, le figure fosche di Milosevic, Karadzic e Mladic, ma anche le contraddizioni e i voltafaccia della componente musulmana durante la guerra e i nazionalismi sorti dalla devastazione bellica sono rivelati e spiegati in un libro carico di pathos destinato a finire tra i grandi volumi di storia.

In questo libro, il militare serbo che difese Sarajevo, che ha “adottato” un nipote musulmano (foto di copertina) e ha fondato la più grande associazione nazionale per aiutare gli orfani di guerra, racconta le bombe, le tribolazioni dei civili, i doppi giochi dei politici bosniaci e della comunità internazionale, la miseria e il desiderio di una pace che in Bosnia non è ancora davvero arrivata.

«Che vuoi che ti dica, compagno Divjak. L’unica cosa che ci resta è l’amore per questa straordinaria terra e per questa città unica al mondo che tu hai difeso con onore e che continui a onorare occupandoti degli orfani di guerra. Posso dirti che ti ringrazio per quello che hai fatto e che fai, ignorando i briganti oggi al potere. Dirti che amo ancora quel luogo come se l’avessi lasciato ieri. Ci torno, e il tempo è come se non fosse passato. Per me è tutto come allora, quando vidi Sarajevo la prima volta sotto la Luna, sotto le ultime nevi dell’Igman» (dall’introduzione di Paolo Rumiz).
Immagine: Sarajevo mon amour, Jovan Divjak, Infinito Edizioni 2007

24.05.2007   "Come e quando a un individuo o a una collettività viene in mente di interrogarsi sulla propria identità etnica, nazionale o di appartenenza? Tale interrogativo sorge automaticamente al momento dell’incontro/scontro con l’Altro, con il diverso, con chi parla un’altra lingua o porta un insieme di abitudini e consuetudini differenti dalle proprie. Finché la condizione del gruppo è quella di un comune destino di semplice appartenenza, senza alcun richiamo di scelta o di alternativa, la questione di identità non ha alcuna caratteristica di ambiguità e non costituisce un problema. Il problema sorge quando la condizione di appartenenza si complica, diventa ambigua o compromettente, quando subentrano le scelte e le alternative."

L'analisi delle identità albanesi e della dinamica del loro sviluppo in diversi contesti culturali e geo-politici può servire come risposta generale agli interrogativi intorno ad alcuni aspetti importanti del problema "etnia". L’approccio psico-antropologico assunto in questo libro aiuta a mettere a fuoco non solo il problema culturale dell'etnia ma anche quello psicologico dell'individuo.

"Gli ultimi due secoli, pieni di stravolgimenti epocali storici e geopolitici, hanno fatto dei Balcani un cantiere dinamico di lavori in corso e un laboratorio di prova per lo sviluppo dinamico della personalità, dell’identità individuale e delle appartenenze collettive, del plasmarsi di gruppi sociali e delle loro coscienze nazionali. Le ultime guerre balcaniche ci hanno ricordato che la storia per i collettivi è come la memoria per l’individuo: se si nega o si rimuove ritorna come un fantasma irrequieto."
Immagine: Identità albanesi, Fatos Dingo, Bonanno editore 2007

08.05.2007   Ma perché te la sei presa in casa? Nei giorni della guerra in Libano, Sara, interprete solitaria e introversa, sente per caso queste parole su un autobus e viene aggredita dai ricordi: di quando, nei mesi difficili dopo l’abbandono del marito, viveva con lei Musnida, una collega fuggita da Sarajevo. Ma perché te la sei presa in casa? le ripeteva continuamente sua sorella, allora.
Anche Musnida, aveva una sorella. Come quella di Sara, era una sorella affascinante, molto più bella e più forte di lei. Un’eroina, uccisa mentre tentava di recuperare il corpo di uno dei fratelli, morti combattendo su fronti opposti. L’Antigone di Sarajevo, avevano scritto di lei i giornali, gonfi di retorica. Musnida, invece, era un soggetto imbarazzante: una sorella opaca, come la Ismene di Sofocle.

Eppure anche Ismene ha una sua verità. Una voce antica, che si intrufola a tratti nei goffi tentativi di Sara di decifrare i misteri di Musnida, della sua famiglia, della sua terra; mentre la convivenza si prolunga, fra vicinanza e insofferenza, fra mute nausee e rumorosi congressi, fra l’imbarazzante invadenza della sorella di Sara e l’irritante ticchettio di un computer, dietro una porta chiusa.
Nel faticoso dipanarsi di vita quotidiana e grovigli esistenziali irrisolti, fra le tre coppie di sorelle (quella di quaggiù, quella di laggiù, quella del Mito) rimbalzano come in un gioco di specchi gli interrogativi dell’oggi: le guerre infinite, le barriere che frantumano le identità e la vita, la paura dell’Altro che fa da scudo alla paura di ascoltare noi stessi.

«In silenzio, lei si è fatta spazio nella mia vita, in punta di piedi. In silenzio ha aperto la sua valigia, e ha messo le sue cose nel mio armadio, in bell’ordine. Non c’era altra soluzione, di armadio ne avevo uno solo. Che me ne faccio di tanti armadi? avevo detto a mia sorella, quando me l’aveva fatto notare. Poi però Musnida ci aveva appeso il suo vestito, ed era di seta. Una specie di tunica morbida, azzurro cangiante, tirata fuori con cura da quella sua valigia incredibile: non una cosa che fosse spiegazzata, e il vestito piegato per bene, sopra a tutto il resto... Mi ha dato fastidio, non so spiegare perché.»

Chiara Ingrao, nata nel 1949, è sposata con Paolo Franco e ha due figlie, due figliocci e una nipotina. Di professione interprete, ha lavorato anche come sindacalista, programmista radio, parlamentare, consulente del ministro per le Pari opportunità. È impegnata nel femminismo sin dagli anni Settanta, e nel pacifismo dagli anni Ottanta. Fondatrice dell’Associazione per la pace, ha contribuito alle prime iniziative comuni fra pacifisti israeliani e palestinesi, al movimento contro la guerra in Iraq, alle iniziative di pace e di solidarietà nei Balcani. Per BCDe ha pubblicato nel 2005 Soltanto una vita (firmato con la madre, Laura Lombardo Radice, di cui il libro racconta la vita e raccoglie gli scritti). In precedenza ha scritto: Né indifesa né in divisa (1987, con Lidia Menapace), e Salaam Shalom – Diario da Gerusalemme, Baghdad e altri conflitti (1993); nel 2001 ha curato, con Cristiana Scoppa, il volume Diritti e rovesci – I diritti umani dal punto di vista delle donne, e il sito internet www.dirittiumani.donne.aidos.it saggi, e brani tratti da altri libri, sono scaricabili gratuitamente alla pagina www.chiaraingrao.it.
Immagine: Il resto è silenzio, Chiara Ingrao, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007

07.05.2007   image 1 left medium>È uscito il nuovo libro di Stefano Lusa, dal titolo La dissoluzione del potere – Il partito comunista sloveno e la democratizzazione della repubblica. Si tratta di uno studio che si occupa delle dinamiche interne della lunga transizione slovena e che analizza gli aspetti politici e sociali dal 1980 sino alla disgregazione della Jugoslavia.

“Nell’affrontare la ricerca sugli anni Ottanta in Slovenia e sul difficile processo della sua emancipazione dalla Federazione jugoslava, Stefano Lusa, si è trovato in una posizione privilegiata rispetto a tanti storici, impegnati nell’indagine del più recente passato. Avendo la Jugoslavia socialista cessato di esistere, la Repubblica di Slovenia ha deciso di ignorare la regola dei trenta anni e aprire i propri archivi senza (o quasi) alcuna restrizione. Ciò ha permesso a Stefano Lusa di dare alla sua ricerca uno spessore che indagini di questo genere non hanno”.

Tratto dalla prefazione del libro del prof. Jože Pirjevec.

Stefano Lusa è nato nel 1968 a Capodistria in Slovenia, dove vive e lavora. Si è laureato a Trieste ed ha conseguito il dottorato di ricerca presso l'Università di Torino. È autore del volume Italia – Slovenia 1990 1994, pubblicato a Pirano per le edizioni il Trillo nel 2001. Ha scritto svariati saggi sui rapporti italo-sloveni e sul processo di democratizzazione in Slovenia.

per ordinare il libro: www.kappavu.it
Immagine: La dissoluzione del potere, Stefano Lusa, Kappa Vu edizioni 2007

07.05.2007   Come si sviluppano i conflitti nell’arena della politica internazionale? E quali sono i meccanismi e le dinamiche che determinano la loro escalation? Esistono modalità "alternative" (all’uso della forza) per la loro risoluzione? E quali spazi ci sono per l’intervento della comunità internazionale? Queste sono alcune delle domande rispetto alle quali il volume cerca di fornire spunti di riflessione e risposte, attraverso la "lettura" dal punto di vista storico e la "rilettura" secondo le teorie e le tecniche della trasformazione dei conflitti, di due importanti crisi degli ultimi anni: il conflitto nel Darfur e la guerra in Cecenia. Il conflitto nella regione occidentale del Sudan viene conosciuto a livello internazionale solo a partire dal 2003 (è stato definito "il disastro umanitario più grave del mondo"). In realtà esso è la conseguenza di una dinamica che si protrae da molto tempo e che ancora nasconde aspetti controversi sul ruolo dei protagonisti (il governo di Khartoum, le milizie arabe dei janjaweed, i movimenti di opposizione), anche rispetto alle prospettive negoziali in vista di una soluzione alternativa. Il conflitto in Cecenia segue parimenti una dinamica storica (le secolari tensioni tra russi e ceceni) e costituisce un tratto caratteristico della regione caucasica. Esso raggiunge il culmine dell’escalation dopo la fine dell’Unione Sovietica. In questo quadro sono avvenuti negli ultimi anni due sequestri che hanno segnato la svolta nel conflitto: quello del teatro Dubrovka a Mosca (ottobre 2002) e quello della scuola di Beslan (settembre 2004).
Immagine: Le sfide della dilpomazia internazionale, Stefano Cera, Led editore 2006

  |  < 1 >  |  2  |  3  |  4  |  Successivo >>
per il lettore